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La donna che diventò un ritagglio. Un racconto iimmaginario sul processo creativo di Henri Matisse e sulla nascita dei suoi quadri con ritagli di carta.

Caro Diario, So già che ti ho abbandonato quest’inverno. Perdonami. L’ultima volta che ti ho scritto è stata quando volevo raccontarti che era un mese che stavo in questa città e che il pittore, nonostante la sua notorietà, continuava a non tracciare nemmeno una linea del mio corpo. E lì, mi sono interrotta. Era il periodo in cui ogni mattina dovevo arrivare alla stanza dell’ultimo piano dell’hotel, quella in cui risiedeva il pittore, esattamente alle 8:15 per andarmene alle 11.15. Il rituale era sempre lo stesso: appena arrivavo, ansimando perché odio gli ascensori, prima di svestirmi, mi chiedeva di sedermi accanto alla finestra e di scegliere un tè ai fiori dalla scatola di legno. E mentre bevevo il tè, mi chiedeva anche di non pensare ad altro che agli alberi che si vedevano da lì. Siccome era inverno, non si vedeva granché, ficus, avambracci con dita artritiche, ossa che si contorcevano su se stesse. E quando iniziavo a intravedere promesse di cinguettii, nervature, resine di diverse tonalità di verde e altri gialli, di magnolie?, giungeva l’ora di spogliarmi. Che freddo che avevo! C’è stato un giorno in cui si ruppe il riscaldamento di tutto il piano dell’hotel, l’unica cosa che il pittore poté fare per me fu mettere una stufa elettrica che faceva roteare intorno a me da diversi punti, per riscaldare il mio corpo a pezzi. Intanto il vecchio, tutto imbacuccato, mi guardava e mi ricordava di non muovermi. Fu in quel momento che io, invece di sentirmi come una saliera per i pittori dell’Accademia, iniziai a immaginarmi come un albero: con le gambe come tronchi ben conficcati nel terreno, le vene come rami, con il calore della stufa diretto sulle ginocchia, su un fianco e sui glutei… Te lo giuro, Diario, quando arrivavo a sentirmi un albero al freddo solo lo scricchiolio di alcune articolazioni, se le muovevo dopo dieci minuti di immobilità, mi facevano ricordare di essere umana. Oltre allo sguardo costante del pittore sulle smagliature del mio ventre, sulle cicatrici delle mie ginocchia e sui rotolini che si formavano in certe posizioni. Ma era nei miei momenti di riposo che sentivo di più il suo sguardo, quando, finalmente, lo vedevo con il pennello in mano, come un cacciatore sul punto di sparare. E poi niente, restava seduto lì, davanti alla tela e, al massimo, intingeva il pennello nel colore. Allora mi diceva di andarmene, anche se il mio tempo non era finito. Mi prestava un libro o un disco, chiedendomi di leggere o di ascoltare un pezzo a caso e di parlargliene il giorno seguente. Io annotavo, in piccolo, in un punto del braccio o della mano, il numero di pagina o il titolo del pezzo che mi piaceva e glielo mostravo dopo il tè, senza dire altro. Tu sai meglio di chiunque altro che non devo parlare con nessun pittore, per quanto vecchio sia. L’ho giurato. Quando l’inverno iniziava a mitigarsi, la sua salute iniziava a peggiorare con dei dolori addominali tremendi che lo costringevano a letto per giorni e giorni. Ma lui voleva che continuassi ad andare alle 8:15 a prendere il tè e che pensassi attentamente agli alberi nel tragitto da casa mia. Fino all’ultima volta, in cui non volle nemmeno aprire le tende, in cui afferrai e recitai alcuni versi presi a caso de I fiori del male: Dans ma cervelle se promène Ainsi qu’en son appartement, Un beau chat, doux et charmant. Quand il miaule, on l’entend à peine. E cosa fece il vecchio? Si alzò dal letto con un balzo felino, prese il suo blocco di fogli e iniziò a tracciare linee d’impulso, ma anche con movimenti meccanici, come se fosse un ballerino o un musicista che aveva bisogno di riscaldare i suoi muscoli o di accordare gli strumenti prima di iniziare un vero e proprio spettacolo. Verso le undici, le mie braccia cedettero e lui si avvicinò chiedendomi di restare ancora un po’. Così mi rimisi sul divano per riposare, rianimando le mie mani intorpidite; facendo schioccare le ossa delle mie caviglie; guardando preoccupata fuori dalla finestra il grigiore delle nuvole. Non avevo l’ombrello per il ritorno. Non avevo l’enorme ombrello a strisce gialle e azzurre che avevo appena comprato. E proprio mentre ci ragionavo mi chiese di mettere in pausa i miei pensieri, lì dov’erano, e di non muovermi più. Allora, finalmente, prese la tavolozza e la tela. Tutto nella stanza era ossigeno, quello dell’azzurro che roteava con il giallo del mio ombrello dimenticato; il mio, il suo, sempre più frenetico. Guardavo l’anziano, il tessuto della sua cravatta e del suo gilet, sempre impeccabile, e il suo camice, che finalmente si sporcava di pittura. Sicuramente, dall’altro lato stava facendo la sua opera più bella, la più respirata. Ah! Se non fosse stato per il rumore nel cielo di un tuono che distrusse il sogno di quel momento facendomi sbottare con la domanda: «Che ore sono?». Il pittore, infuriato, prese il suo coltellino, squarciò la tela e mi disse di andarmene per sempre. Mi vestii, imbarazzata. Tuttavia, gli chiesi se potevo tenere quel quadro. Lui mi guardò, nello stesso modo in cui lo faceva quando mi studiava per assegnarmi il pezzo o la lettura per il giorno seguente, e mi disse di sì, ma che avrei dovuto restituirglielo tre sabati più tardi. Così mi portai il quadro e lo misi qui, nell’ingresso, esattamente alla mia altezza, con i suoi colori abbaglianti, con le mie curve, spezzate, fragili e sulla mia testa scorreva una pennellata rossa come il passo lento di un gatto. Ma è soprattutto la linea della coltellata che va dalla costola al dorso della mia mano che funziona come una calamita che le mie dita continuano ancora e ancora, a rimarcare sempre di più, come un solco nella terra. Finché oggi, finalmente, sono tornata nella sua stanza. Era lì, a letto, con la sua tavolozza sulle gambe e un bastone molto lungo che usava per dipingere sulla parte alta del muro. Tra le coperte e il pavimento si vedevano decine di ritagli a forma di lancette. «Che ore sono?». Mi chiese. «Le otto e dieci. Questa volta sono salita in ascensore». «Chiudi le tende, spogliati e avvolgiti in questo scialle azzurro. Siediti sul pavimento e abbraccia tutto il corpo. Passami quelle forbici e quella carta, che oggi voglio scolpirti». E trs trs trs, pinze a tutto campo. Chs chs chs tuoni che generano lampi. Modellando a sforbiciate il mio corpo in abbandono No. La carta.

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